Microplastiche nell’acqua in bottiglia? Ecco cosa stai bevendo davvero

Sai che ogni anno in Italia si consumano circa 200 litri di acqua in bottiglia pro capite? Siamo tra i maggiori consumatori al mondo di acqua confezionata, spesso convinti che questa sia sinonimo di purezza.

Negli ultimi anni, però, diversi studi scientifici hanno messo in discussione questa idea. Molte ricerche, infatti, hanno evidenziato la possibile presenza di microplastiche nell’acqua in bottiglia, particelle microscopiche che possono derivare sia dal processo di imbottigliamento sia dal contenitore stesso.

Le microplastiche nelle bottiglie sono oggi al centro dell’attenzione della comunità scientifica: la loro presenza è stata rilevata in diverse fonti di acqua, inclusa quella confezionata, a conferma che l’acqua in bottiglia non è di per sé più pulita di quella del rubinetto.

Per questo motivo, capire cosa sono le microplastiche, come possono finire nell’acqua in bottiglia, cosa si sa (e cosa ancora no) sui loro effetti e come ridurne l’esposizione aiuta a fare scelte più consapevoli nella vita quotidiana.

Un nemico invisibile: cosa sono le microplastiche?

Si definiscono microplastiche quei frammenti di plastica, insolubili e non biodegradabili, di dimensioni comprese tra pochi micron e 5 millimetri (mm). Invisibili a occhio nudo, sono oramai diffuse ovunque: negli oceani, nell’aria, nel suolo, nella catena alimentare, e anche nell’acqua che beviamo.

Queste si distinguono principalmente in due categorie:

Accanto alle microplastiche si parla sempre più spesso anche di nanoplastiche, ancora più piccole (inferiori a 1 micron). Proprio per le loro dimensioni ridotte sono più difficili da misurare, e sono oggetto di studio perché potrebbero attraversare barriere che le particelle più grandi non superano.

Microplastiche nell’acqua in bottiglia: quante ce ne sono davvero?

Queste particelle di plastica possono finire nell’acqua in bottiglia per inquinamento ambientale della fonte, ma non solo. Spesso derivano proprio dal processo di confezionamento: l’abrasione del tappo durante l’apertura e la chiusura, o lo stress termico che la plastica subisce durante il trasporto, possono contribuire al rilascio di piccole particelle nel liquido.

Alcune ricerche indicano che una persona può ingerire ogni anno decine di migliaia di particelle di microplastica attraverso l’alimentazione, e l’acqua confezionata è considerata una delle possibili fonti. Un’analisi condotta da ricercatori della University of Victoria ha stimato un’assunzione annua compresa tra 39.000 e 52.000 particelle.

Un altro studio, realizzato dalla New York University, ha rilevato la presenza di microplastiche nel 93% dei campioni di acqua imbottigliata analizzati (259 bottiglie di 11 marchi diversi acquistate in 9 Paesi diversi).

Ricerche più recenti, come quelle della Ohio State University, suggeriscono che l’acqua in bottiglia possa contenere in media una quantità maggiore di micro e nanoplastiche rispetto all’acqua del rubinetto.

Inoltre, una revisione pubblicata sul Journal of Hazardous Materials stima che chi beve regolarmente acqua in bottiglia ingerisca circa 90.000 microplastiche in più all’anno rispetto a chi consuma acqua del rubinetto.

Si tratta di dati ancora oggetto di studio e approfondimento, ottenuti con metodi di misura diversi tra loro, ma che contribuiscono a far crescere l’attenzione verso l’acqua che beviamo ogni giorno.

Quali sono gli effetti microplastiche sulla nostra salute?

Ma quali sono i reali effetti delle microplastiche sul corpo umano? La risposta onesta è che la ricerca scientifica è ancora in corso e molti aspetti restano da chiarire. Negli ultimi anni, però, sono emersi dati che hanno aumentato l’attenzione su questo tema.

Tracce di microplastiche sono state rilevate in diversi tessuti e fluidi del corpo umano, tra cui placenta, polmoni, fegato e sangue.

Gli studi, in gran parte condotti in laboratorio su cellule e su modelli animali, stanno indagando possibili effetti come:

Una delle ipotesi studiate è che le microplastiche possano fungere da vettori per altre sostanze presenti nell’ambiente. Come precisano i ricercatori, se un rischio esiste non sarebbe acuto ma legato all’esposizione nel corso degli anni; sull’uomo, però, le prove sono ancora limitate e non permettono conclusioni definitive. Per dubbi che riguardano la tua salute, il riferimento resta il tuo medico.

Acqua del rubinetto e microplastiche: come funziona l’osmosi inversa di AcquaStream

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L’osmosi inversa è tra le tecnologie più spinte per il trattamento domestico dell’acqua. La membrana semipermeabile, con pori estremamente piccoli, trattiene gran parte dei sali disciolti e delle particelle presenti nell’acqua di rete, che arriva al rubinetto già controllata e potabile.

Il purificatore AcquaStream lavora in tre fasi:

Secondo l’analisi di laboratorio dichiarata, eseguita da un laboratorio accreditato ACCREDIA, l’acqua trattata da AcquaStream ha un residuo fisso di 14 mg/L e un pH di 7,4: un’acqua leggera, dal gusto neutro, da bere ogni giorno.

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